Spanda – la vibrazione

Nello Śivaismo Kāśmīro, troviamo la risposta sul come la percezione acustica e la coscienza siano strettamente connessi, attraverso il concetto di spanda, l’espansione – la vibrazione.

Ciò che viene percepito dunque non è più meramente un suono, ma un intenso fenomeno vibratorio, e questi non interessa più esclusivamente il senso dell’udito, ma anche quello del tatto. L’esperienza della percezione della risonanza è dunque altresì definibile come un’espansione sensoriale determinata dall’accumulo di energia nell’area interessata.

Si apre la possibilità qui di trovare, nei testi dello Śivaismo Kāśmīro, un’altra importante possibile risposta sul come la percezione acustica e la coscienza siano strettamente connessi, attraverso il concetto di spanda, espansione-vibrazione. “Tale coscienza è (come abbiamo visto), essenziata di cogitare, ed è, come tale dotata d’un suono spontaneo, che mai tramonta, il quale è chiamato (nelle scritture) col nome di supremo, grande cuore. L’autopensare insito nel cuore, dal quale l’universo tutto è sciolto senza residuo, presente nel primo e nell’ultimo momento della percezione delle cose, è noto nella scrittura col nome di «movimento» (spanda), e, precisamente, di «movimento generico» (sāmānyaspanda), naturato da un traboccamento in sé stessi”. Così si legge in Abhinavagupta sullo spanda; il riferimento al cuore riporta al Nādabindu Upaniṣad, dove si esplicita che anāhata, il suono interiore e non colpito, ha sede proprio qui (il cakra prende il suo nome da tale suono). Vi è però un aspetto di maggior interesse per la nostra attuale indagine, un riferimento diretto al fenomeno della risonanza acustica: il movimento di cui si parla è infatti pulsazione, espansione e vibrazione, in pieno accordo con quanto avviene nella risonanza.

Spanda La vibrazione

Secondo Abhinavagupta, spanda è la pulsazione della coscienza, che definisce anche “vibrazione sottile” (sūkṣma spandana, sottile perché è movimento non direzionato verso alcuna altra entità) e tale pulsazione è oltre i confini del tempo. Essa è anzi ciò che origina lo spazio e il tempo: la realtà infatti, a seconda che si osservi dal punto di vista dell’Assoluto, da quello intermedio o da quello inferiore, viene esperita diversamente: dal punto di vista del più alto livello di coscienza (parā) è esperita come unità libera non modificata (akrama); dalla prospettiva inferiore (aparā) questa stessa realtà è esperita come una successione di eventi nello spazio e nel tempo, che si susseguono di momento in momento; infine da un punto di vista intermedio (parāpara) si ha l’esperienza della realtà nell’istante in cui essa sboccia con l’istantaneità e l’energia di una folgore luminosa.

“Questa espansione cosmica (viśvaphara) avviene in un abbaglio non consequenziale che trascende sia il successivo cambiamento che la non-consequenziale, simultanea, manifestazione di tutte le sue fasi in una”.

The Dottrine Of Vibration, M. Dyczkowski

Così lo Śivaismo Kāśmīro spiega che è il dinamismo stesso della coscienza a generare, nei suoi stati più elevati, la realtà, la quale sorge a partire da quella pulsazione/oscillazione sottile che trascende, nel suo dinamismo intrinseco, lo spazio e il tempo, anzi li porta in essere. Tale dinamismo vibrazionale, consistendo in un’esponenziale espansione, rispecchia il fenomeno della risonanza acustica: considerando che l’obiettivo primario della musica classica indiana è condurre l’ascoltatore all’esperienza della beatitudine divina e non duale, e a poter esperire direttamente l’essenza della realtà per mezzo dell’arte, possiamo dedurre che la scelta di sfruttare, in strumenti come il sitar, il fenomeno della risonanza acustica, fosse ben consapevole e mirata. Il concetto di spanda apre vie d’indagine sconfinate e potenzialmente illimitate in ogni campo, tuttavia ci indica che l’essenza e la base di ogni fenomeno del reale è spontaneamente presente, non essendo diversa tale essenza dalla nostra stessa coscienza.

Nello DzogChen tibetano si parla della base della realtà come della consapevolezza stessa, mai nata, non prodotta, senza bordo e confine, spontaneamente presente (nelle parole del Mahāsiddha Padmasambhāva): essa è la Grande Perfezione (da qui DzogChen). La consapevolezza è la primordiale purezza, in perfetta unione con l’espansione dello spazio senza limiti e mai prodotto (dharmadhātu). Nell’illusorietà della nostra percezione quotidiana, presi nella rete del dualismo soggetto/oggetto, interno ed esterno, immaginiamo gli eventi come indipendenti, autonomi e collegati tra loro esclusivamente da gesti meccanici. Tuttavia quando sperimentiamo fenomeni come quello della risonanza, abbiamo la possibilità di perdere per un momento questa limitazione: lasciandoci trasportare dall’onda del rasa e dalla percezione onnipervasiva della vibrazione, non siamo più meramente i fruitori dell’esperienza, bensì intuiamo di non essere sostanzialmente separati da essa. L’esperienza è inequivocabilmente uno con noi, i paesaggi onirici della poesia, il disciogliersi improvviso delle tensioni nel vibrare omogeneo dello spazio intorno.

A ben guardare ciò non può che avvenire in noi, il conosciuto non può prescindere dal conoscitore ed entrambi non possono prescindere a loro volta dal conoscere. In questi attimi, per mezzo del contatto con essa, è possibile riconoscere come la vibrazione non sia in realtà un moto univoco da un corpo ad un altro ma, come spiega Abhinavagupta, un evento sottile: è movimento, ma non è direzionato verso alcuna altra entità. La vibrazione e la risonanza avvengono nella coscienza, e manifestano il particolare a partire da essa, tramite l’oscillazione in sé stessa. Tutto ciò che sorge, sorge nella coscienza, per effetto del suo stesso dinamismo. Alla luce di ciò, quel contatto, la risonanza, non sembra dunque essere la mera operazione additiva ed esponenziale in atto tra due forze, bensì l’istante in cui queste attraverso un reciproco riflettersi, rivelano la loro profonda unità oltre i termini di spazio e tempo; nondimeno l’accumulo di energia svela quel pieno energetico perfettamente completo in sé stesso che in realtà è lo spazio vuoto (śūnya), che ai nostri sensi poneva tali eventi in relazione come illusoriamente separati, la cui intima natura è beatitudine (ānanda).

About the author

Emanuele Milletti Ysmail

Polistrumentista e musicoterapeuta con una formazione variegata ed eclettica nei sistemi musicali sia occidentali che orientali, ha studiato Sitar e musica classica indiana nella tradizione di Varanasi, sotto la guida di eminenti esponenti come Pandit Amarnath Mishra in India e Gianni Ricchizzi in Italia. Inoltre ha studiato basso jazz presso il conservatorio di Genova, si…

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