Sanscrito la lingua di Dio o lingua aliena ?

Alcuni anni fa il mio impegno appassionato e assiduo nello studio delle filosofie e delle scienze sia religiose che esoteriche era stato polarizzato dal tentativo di entrare nella cabina di pilotaggio del Sanscrito, tanto che da un bel po’ di tempo a questa parte credo non sia mai passato un giorno o al massimo due in cui non mi sia dedicato al suo apprendimento.

Sentivo l’esigenza ormai ineludibile di sovvertire il mio approccio ai termini, le opere e gli autori, che non poteva più essere basato sul sentito dire dagli altri.

Avevo bisogno di mettere le “mie” dita nella marmellata (letteralmente la parola sanscrito significa confatto, confettura). Infatti mi facevo continuamente questa domanda: perché se io leggo la Bhagavadgītā in italiano o in inglese sulla decina di diverse edizioni che ho sullo scaffale in camera trovo dieci traduzioni diverse?

Al che ho dedotto che se avessi conosciuto la lingua con cui Dio parla agli uomini probabilmente avrei avuto accesso al testo originale e, pur ammettendo che quella decina di versioni fossero tutte giuste (o tutte sbagliate) l’unica vera traduzione sarebbe stata l’undicesima: la mia. La traduzione giusta per me. E così avvenne. Tuttavia da un certo momento in poi ho cominciato a provare sensazioni contrastanti.

Cosa penso di un testo in sanscrito?

Le scomposizioni in morfemi a volte mi sembrano esperimenti del CERN, dove si va sempre nel più piccolo. Quando si scontrano sillabe si generano nuove particelle e nuovi elementi. È tutto un cava metti scambia senza tregua. Il sandhi prima di essere sciolto mi sembra più enigmatico del gatto di Schroedinger: una innocua ā può generare quattro stati differenti assolutamente indeterminabili, se non contestualizzati correttamente.


I significati si coagulano in sensi compiuti che a volte rimangono onde di pura intuizione. Le regole sono fatte per essere violate (vedi le over-rules nei bahuvrīhi). Per non parlare delle sintassi, vere singolarità il cui orizzonte degli eventi attrae i kāraka con le loro vibhakti, disposti nei modi più fantasiosi. Insomma un tripudio, un’apoteosi o se vogliamo… un magico delirio.

A volte si ha l’impressione che l’estensore non voglia solo consegnare alla tradizione culturale un epifenomeno letterario da analizzare con l’approccio grammaticale, semantico, filologico, ermeneutico, esegetico, metafisico, ecc.

Escluderei (ma non del tutto) che egli non abbia a cuore solo trasmettere i suoi preziosissimi insegnamenti, tuttavia a volte dà l’impressione che per i secoli a venire generazioni di studenti vengano presi per i fondelli dal detto-non detto. Ci sarebbe da ricorrere alla psichiatria linguistica se non si capisse che il sanscrito testuale permette invece di esplorare fino ai limiti estremi le possibilità di questa sublime lingua degli dei.

Ho nel cuore il mio Abhinavagupta: quando ci consegna un concetto dove non ci sono già le parole per esprimerlo… don’t panic, nessun problema… lui le crea, se le inventa. E che sarà mai per così poco…

Linguaggio alieno ?

Personalmente sono convinto che il sanscrito sia stato portato sulla terra dagli alieni 35.000 anni fa, perché la struttura linguistica è quella di un sistema di comunicazione universale, quindi anche intergalattico cioè cosmico. Quello che non sono ancora riuscito a capire è perché questo impianto grammaticale non si sia propagato e in 25 secoli non sia stato adottato da tutte le lingue, anche quelle moderne. Ho un’unica risposta. Dio era geloso della sua lingua e ha fatto in modo che non fosse lo studente a scegliere il sanscrito ma che fosse il sanscrito a scegliere la persona da cui farsi studiare.

I miei corsi di sanscrito

I miei corsi di Sanscrito


Nei miei corsi cerco di trasmettere questo meravigliato stupore a chi si accinge ad iniziare un percorso di studio che può avere solo due esiti. Il primo è che lo studente non regga l’impatto con le difficoltà di apprendimento, peraltro affatto superabili avendo una buona guida, il secondo che il sanscrito attrae dentro di sé lo studente anima e corpo e non lo abbandona più per tutto il resto della vita, ma è un po’ come andare preti: ci vuole una vocazione autentica e solida.

Alla prima lezione avverto sempre che il sanscrito oltre che una lingua di suoni e di sostituzioni è una lingua sillabica e di eccezioni, alla fine è bello sapere che nella frase sanscrita compaiono solo cinque categorie di parole:

  • nomi
  • verbi
  • pronomi
  • numeri
  • indeclinabili

Così il campo si restringe. Qui ci si può chiedere qual è la differenza tra un nome e un verbo. Il verbo è un elemento ancora in continuo cambiamento, che può indicare un’azione o uno stato. È una parola che al momento non è arrivata alla fine del suo movimento. Il nome invece è una parola che è stata stoppata dall’aggiunta del suffisso (suffisso in quanto fissa cioè blocca) e si è cristallizzata avendo così esaurito il suo percorso linguistico evolutivo.

Tuttavia anche nei nomi è sempre presente la radice verbale, oppure sono essi stessi nomi radice con suffisso a valore zero (secondo l’elencazione di Pāṇini nel Gaṇapāṭha).

Prendendo in prestito un’immagine dalla fisica quantistica è come se la funzione d’onda dhātu quando gli viene attaccato il suffisso collassasse nel prātipadika nel quale permane comunque quell’energia pulsante che nel verbo è la coniugazione e nel nome è la declinazione. Quindi il dinamismo è sempre presente anche nel nome. Per questo motivo il Sanscrito non è una lingua morta ma eternamente viva e in continuo fermento, perché contiene sempre quella vibrazione primordiale ben celebrata nei testi che espongono chiaramente come la manifestazione universale in realtà sia un’emanazione fonematica, a partire dalle lettere dell’alfabeto che hanno tutte una loro precisa funzione.

Detto in parole povere il dio Bhairava rappresenta lo stato potenziale Śabdāraśi l’agglomerato di suoni all’interno del vuoto quantistico. Nel primo istante dell’emissione dell’energia i fonemi si dispongono ordinatamente nel maṇḍala che rappresenta la dea Mātṛkā la mammina, poi quando le energie diventano masse differenziate, i fonemi si scompongono caoticamente sotto l’impulso della dea Mālinī l’inghirlandata, disponendosi disordinatamente sotto forma di morfemi che si aggregano in parole (ghirlande) similmente alla cementazione delle particelle che formano atomi e molecole, quasi queste fossero in composizione. Ma la vibrazione non viene mai perduta, essendo sempre presente anche nella morfologia nominale.

Le cose si muovono anche se sono forme astratte

Pensiamo per un momento ai suffissi –ana, -tā, -tva.

Come si fa a non vedere che le cose si muovono anche se sono forme astratte?


Fortunatamente oggi come oggi si possono utilizzare i supporti del web quali sanskritdictionary.com , learnsanscrit.cc , sanskrit grammarian inria, oppure cartacei tipo i dizionari Sani ETS, Renou, Monier Williams, le Roots in Sanskrit Language del Whitney (anche interattive on-line), grammatiche come quella del Sani e Aklujkar (Hoepli). È così possibile analizzare tutti gli elementi del testo con le varie opzioni di significato, cercando infine il senso compiuto del verso.

Non avere fretta

Oltre alla dote della paziente riflessione (il Sanscrito è nemico della fretta), sono apprezzabili qualità come:

  • ragionamento,
  • memoria,
  • fantasia,
  • intuizione,
  • intelligenza,
  • esperienza,
  • grammaticale,
  • sintattica,
  • semantica,
  • storica,
  • teologica,
  • esegetica,
  • filologica,
  • ermeneutica,
  • filosofica,
  • metafisica, ecc.

Insomma è indispensabile lavorare e studiare con assiduità, approfondendo gli insegnamenti sui testi con i migliori docenti disponibili.

Infine, chi si accinge a tradurre dovrebbe rileggere il verso in sanscrito magari recitandolo con la giusta pronuncia e accentazione, avendo presente il significato di ogni parola sia dal punto di vista grammaticale che semantico, e dopo attenta riflessione, interiorizzazione, quasi in uno stato meditativo, esprimere la propria traduzione, frutto delle sue personali conoscenze linguistiche, intuizioni, percezioni e interpretazioni: con il proprio “sentire”.

Il sanscrito è uno stato di coscienza.

Purna Zanoni
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Studio del sanscrito
About the author

Pūrṇānanda Zanoni

Purna Zanoni è nato a Verona, laureato, studioso della lingua e della filosofia sanscrita, interessato alla Fisica Quantistica, teologia, psicologia. ● specializzato in Psicologia della vita e della morte presso l’Università Federico II di Napoli (corso post-universitario) ● abilitato all’assistenza dei malati mentali (Scuola Permanente di Volontariato) ● studioso delle tradizioni filosofiche e teologiche nelle…

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