Il suono, la vibrazione, la Coscienza – Parte 5

Sfondo e dettaglio, distensione e tensione

Continua il nostro viaggio attraverso la musica indiana, impregnata di spiritualità e ritualistica, qui parliamo di sfondo e dettaglio, distensione e tensione .

In tutte le vie spirituali che abbiano come obiettivo la realizzazione della non dualità, il percorso passa necessariamente attraverso il superamento del binomio soggetto/oggetto: il senso di separazione, di contrazione che normalmente sperimentiamo a livello sottile e talvolta anche a livello grossolano, è proprio il sintomo costante di tale distorsione concettuale, che, come affermano i testi di molte tradizioni orientali, è alla base di tutti i nostri problemi mondani.

Esso è il sigillo da rimuovere per realizzare il risveglio.

La membrana

Tale senso di separazione è il segno di una rigidità concettuale dalla quale siamo assuefatti, è talmente abituale e quotidiana da apparire per noi come “la normalità” e forse questo è proprio il motivo per cui il termine “normalità” suona spesso così poco gradito. Se potessimo esprimere ciò visivamente potremmo descriverlo come un confine o una membrana (kośa) interposti tra noi e il mondo esterno. Tale immagine potrebbe accompagnarsi a sensazioni fisiche di staticità, carenza di movimento o di contatto, in gradi minori o maggiori in base al momento della nostra vita, e in base a quanto le condizioni esterne giochino o meno a nostro favore. Talvolta sperimentiamo l’assenza momentanea e anche prolungata di queste sensazioni, perciò ricerchiamo cosa ne ha causato il rilascio.

Forse è per tale motivo che amiamo vedere film! Perché supponiamo, identificandoci in un personaggio osservato attraverso un filtro televisivo, di poter esperire la sua narrazione non come staticità routinaria, ma come movimento e trasformazione. In tal caso la visione di un film sarebbe per noi non più un mero intrattenimento, bensì una possibile cura. Saremmo portati così a rivedere in generale il concetto di intrattenimento.


Questa potrebbe essere una delle chiavi di lettura per iniziare a mettere in luce le affermazioni di Śāṛṅgadeva sulle potenzialità innate della musica di condurci verso il risveglio. In effetti ci sono varie ragioni per sostenerlo: nella musica indiana classica le scale musicali (rāga) sono direttamente connesse a “mood” (rasa: sapori, sensazioni, tonalità affettive, ambienti, sentimenti) i quali a loro volta sono rappresentazioni combinate di elementi della natura, fasi del giorno (es: mattina, sera, notte), stagioni e divinità. C.G. Jung direbbe che i moods musicali sono in stretta correlazione con gli archetipi, dunque con le forze che governano il nostro inconscio e subconscio a livello sia collettivo che individuale. Per fare un esempio, se ascoltando Le Quattro Stagioni di Vivaldi abbiamo la netta impressione di vivere stati d’animo realmente connessi alle stagioni corrispondenti, questo è senza dubbio dovuto, oltre che ai fattori dinamici, timbrici e ritmici, alle scale musicali utilizzate nelle diverse stagioni interpretate dal compositore.

Proviamo per esempio a pensare come sono mirabilmente resi nell’opera i temporali estivi o l’arrivo della primavera o, per fare un altro esempio, come le colonne sonore dei film siano davvero responsabili di farci vivere in profondità le sensazioni relative alla scena che esse accompagnano o, ancora, come una musica dolce e vagamente malinconica sia in grado di farci godere di un tramonto come fosse il primo che abbiamo visto. Naturalmente è lecito chiedersi come questo sia possibile.


Sebbene la spiegazione risieda in una somma di fattori, come precedentemente anticipato, ovvero timbrici, ritmici e dinamici, inizieremo analizzando l’aspetto relativo all’uso della scala musicale, che è quello direttamente connesso alla nostra ricerca in merito alle correlazioni tra suono e coscienza. In generale, una scala musicale è la successione delle 7 note, e le differenze tra le varie scale musicali sono dovute alla diversa distanza che intercorre tra ognuna di queste sette note.

La scala musicale più nota è la famosa do – re – mi – fa – sol – la – si – do; dopo il si ritorna il do in quanto si passa all’ottava successiva, ciò è facilmente comprensibile su una tastiera. Ad ogni modo, semplicemente osservando questa successione di note, possiamo notare come si parta da una nota do e si arrivi alla stessa nota un’ottava più in alto: c’è un moto, una successione, nella quale il punto di partenza e il punto di arrivo coincidono.

La domanda chiave ai fini dell’analisi è: cosa accade nel tragitto tra un do e il do più alto? La risposta è che si sviluppa una complessa rete di relazioni tra la prima nota e tutte quelle che seguono: la qualità e la tipologia di tali relazioni determinano la sensazione o il sentimento che si provano nell’ascolto. Chi palesa tali relazioni è il nostro stesso cervello, in modo spontaneo e incredibilmente rapido, la massa grigia effettua una serie di operazioni di riconoscimento e ricognizione, perché deve trovare il prima possibile la nota di partenza per potersi orientare e dare un senso lineare e consequenziale all’ascolto. Una volta riconosciuta (ricordiamo, in modo del tutto automatico, senza la partecipazione della nostra consapevolezza) la nota di partenza, la nota di base, ovvero il “do” di riferimento, il nostro intero sistema nervoso si sincronizza con i movimenti della musica che stiamo ascoltando; anche a questo, ad esempio, si deve la pelle d’oca (primo strato di movimento della kuṇḍalinī).

Tutto sommato, per il nostro sistema percettivo, la musica è il viaggio che un suono compie dal suo punto di partenza, dalla sua nota di base, al suo punto di arrivo, cioè la nota stessa; e tutte le varie stazioni di passaggio sono le altre sei note, le quali rappresentano a tutti gli effetti gli stadi di crescita e sviluppo di questo suono in seguito all’allontanamento dalla nota che lo ha generato, fino al ritorno in essa. Ogni nota della scala rappresenta un’esperienza diversa nel viaggio del suono, e la qualità dell’esperienza è determinata dalla distanza che intercorre tra esso la sua origine. Qui si apre un altro concetto chiave: quello della tensione/distensione. Se pensiamo ad un si, capiremo subito che la sua distanza dal do più alto è minima: ciò crea una sensazione nell’ascoltatore di tensione, nel desiderio di voler vedere il si risolversi nella sua nota d’origine; si avverte il magnetismo della nota d’origine, data la sua vicinanza.

Se invece pensiamo ad un sol, possiamo facilmente intuire che ci troviamo in un punto mediano della scala, pressoché equidistante dalla nota d’origine, l’attrazione magnetica di quest’ultima qui è minima, e per questo motivo sperimentiamo distensione. Descrivere i vari rapporti tra le note e la nota di base (tonica) necessiterebbe un intero volume dedicato, ci accontenteremo dunque dell’aver sfiorato l’argomento, ma abbastanza da comprendere che la natura del godimento musicale è, per quanto concerne l’aspetto musicale, il movimento psichico che suscita il meccanismo di tensioni e distensioni generato dal continuo avvicinarsi e allontanarsi di un suono rispetto alla sua nota d’origine o di partenza. Pare dunque che la musica costituisca per il nostro cervello l’analogia di un fenomeno molto noto (ossia una metafora vibratoria applicata), la base dei fenomeni psichici, lo stato di turīya (di cui la nota d’origine, la tonica, si fa metafora e simbolo). Il divenire emotivo, allora, è l’allontanamento da esso, cosa che involontariamente sperimentiamo nei fraseggi musicali.

Nella musica

Il movimento incessante che genera tale allontanamento conduce nei tre stati di veglia, sogno e sonno profondo, i quali si avvicendano ciclicamente per poi riportare la consapevolezza al riconoscimento dello stato originario della mente. Nella musica accade in maniera manifesta quello che nella psiche avviene non in maniera consapevole mentre dormiamo (Onde Delta): il suono ritorna alla sua origine, risolvendosi e dissolvendosi in essa. Forse è per questo che la musica ci piace tanto? Forse nell’ascolto partecipe stiamo assistendo a qualcosa di molto rilevante e di cui a stento ci rendiamo conto, e che cadrà come tutto il resto nella ciclicità dei nostri movimenti psichici, fino a che non ne riconosceremo l’importanza.

About the author

Emanuele Milletti Ysmail

Polistrumentista e musicoterapeuta con una formazione variegata ed eclettica nei sistemi musicali sia occidentali che orientali, ha studiato Sitar e musica classica indiana nella tradizione di Varanasi, sotto la guida di eminenti esponenti come Pandit Amarnath Mishra in India e Gianni Ricchizzi in Italia. Inoltre ha studiato basso jazz presso il conservatorio di Genova, si…

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