Il suono, la vibrazione, la Coscienza : la natura del suono – Parte 4

Āhata / Anāhata: manifesto e non manifesto

Abbiamo visto nella parte precedente la meccanica del suono e come funziona a livello fisico. Ora approfondiamo l’argomento svelando la natura del suono a livello più sottile.

Se la questione sonora fosse esclusivamente riconducibile alle corrispondenze numeriche, non si giustificherebbe il grande alone di mistero che ancora circonda il fenomeno percettivo-uditivo. Nello stesso modo le onde cerebrali spiegano non la natura della coscienza, ma alcune sue modalità manifestative. A suggerirci la necessità di una più ampia argomentazione è uno dei testi fondamentali per la musica classica indiana: il Saṅgītaratnākara di Śāṛṅgadeva.

Il Saṅgītaratnākara di Śāṛṅgadeva.

Il testo fu redatto nel tredicesimo secolo, ed espone la tematica del suono a partire dall’aspetto spirituale. per poi descriverne quello energetico. Infine, ci descrive quello che nel testo stesso viene definito come il carattere più mondano e dualistico del suono, ma che porta diretta testimonianza di tutti i precedenti: quello musicale. Nella prima parte del testo si fa menzione proprio dei tre stati di coscienza: veglia, sogno e sonno profondo e questi, nel commentario a cura di Prem Latā Śarma, vengono messi in relazione diretta con quelli occidentali di conscio, subconscio e inconscio. Vengono descritti come i tre stati attraverso i quali l’essere individuato fa esperienza.

“dell’ignoranza da tempo senza inizio” (ignoranza tripartita nelle tre forme relative ai tre stati)

E alla base dei quali vi è però nient’altro che l’essenza vitale o Essere Assoluto.

“L’ignoranza non sarebbe dunque niente altro che l’autoimposta limitazione del complesso (sistema) della personalità

Saṅgītaratnākara

che l’Essere Assoluto sperimenta nei tre stati di coscienza di veglia, sogno e sonno profondo, contraendosi nella forma limitata dell’Io.

Il kāśmīro Śāṛṅgadeva, che tra l’altro era anche un preparatissimo medico āyurvedico, unisce in quest’opera lo scopo del totale risveglio con la tematica del suono. Nel paragrafo precedente abbiamo esplorato la possibilità di sollecitare lo stato meditativo attraverso le onde sonore tarate a determinate frequenze. Qui invece stabiliamo una connessione tra coscienza e suono molto più sottile.

Śāṛṅgadeva procede con la descrizione del suono da un punto di vista etimologico, per proseguire con l’aspetto energetico/vibrazionale che gli si accompagna. Conclude infine con la parte più consistente della trattazione: la musica.

La natura del suono

Il suono in Sanscrito è identificato dalla parola nāda, cioè la combinazione delle sillabe e da (rispettivamente forza vitale e fuoco) e nella sua accezione primeva è il Suono Primordiale:

“la qualità manifesta del primo dei cinque elementi della creazione, lo spazio, nel suo stato non modificato”

Saṅgītaratnākara

nel commentario di Prem Latā Śarma. Nāda, inoltre, la natura del suono è duplice: esso può essere āhata cioè manifesto e duale, o anāhata, non manifesto e non-duale: letteralmente si traducono come colpito e non colpito, suggerendo così proprio la qualità dell’onda sonora generata da un gesto meccanico, rispettivamente come il pizzicare una corda e, parimenti, l’assenza di tale gesto.

Che tipo di suono è anāhata dunque?

Si tratta, come precisa Latā Śarma, di:

“oggetto d’esperienza mistica yogica, nella quale suono e luce sono fusi insieme e vi è percezionediretta (pratyakṣa)”

Latā Śarma

quanto descritto riporta gradualmente al nāda primordiale sopra citato. Si specifica inoltre che anāhata è assimilabile al suono primordiale che si può udire internamente se si ascolta con attenzione e con una mente indisturbata. Essendo naturale e spontaneo e non frutto di frizione, tale suono è chiamato non colpito, non generato, o ancora non manifesto, ovvero anāhata.

Ottenere il risveglio

A questo punto Śāṛṅgadeva, nella sua opera centrale, svela il fulcro della questione e il suo intento preciso nel divulgare ed illustrare l’antica scienza musicale indiana: condurre l’uomo alla realizzazione dell’Essere Universale e Assoluto, il risveglio (bodha). L’autore parla di tre tipi di essere umano, in relazione a ciò: lo yogin realizzato (jīvanmukta), il quale può ottenere il risveglio attraverso la nuda meditazione sul Brahman, l’aspetto assoluto della realtà; il praticante di media capacità (avanzato ma non ancora libero, adhikārin), che può risvegliarsi attraverso la concentrazione su anāhata, il suono interiore; e in ultimo l’uomo comune (śiṣya), che può risvegliarsi tramite: “il godimento musicale che libera dalle limitazioni dell’esistenza mondana”.

Nel primo caso si tratta di contemplare il senza forma, l’illimitato, il senza attributi, cioè il Brahman (o Anuttara); questo è conseguibile solo da parte di chi abbia sviluppato una concentrazione stabile e completamente focalizzata. Non essendo appunto ciò possibile per tutti, si presenta la seconda possibilità, cioè la meditazione concentrativa sul suono interiore, anāhata: la meditazione sul suono interiore è pratica antica e diffusa nel contesto dello yoga e in diverse tradizioni spirituali, anche confinanti quali il sufismo ed il sikhismo.

Il suono interiore

Il Nādabindu Upaniṣad, testo non posteriore al 300 d.C., descrive dettagliatamente gli stadi della concentrazione meditativa sul suono interiore, fino al totale assorbimento nel Brahman per mezzo di esso. Tale suono viene indicato come proveniente dal cakra del cuore e assumerebbe nel corso della pratica diverse timbriche. Come il suono dei grilli, a un livello di base, o il rombo dei tuoni o degli strumenti musicali, a livelli più elevati. Attraverso dunque la concentrazione univoca su anāhata, che è anche il nome attribuito al cakra del cuore, lo yogin raggiunge lo stato di assorbimento interiore (samāveśa). Tale pratica però, precisa Śāṛṅgadeva, non è per tutti, in quanto anāhata, non possedendo nella sua purezza alcun colore emotivo, risulta per i più poco interessante.

Il risveglio tramite la pratica musicale

Subentra qui la terza opzione, ovvero il risveglio tramite la pratica musicale e l’ascolto diretto di āhata, il suono prodotto: essendo questo un mezzo di godimento nel nostro mondo, può costituire, proprio per la forza di tale godimento, un tramite verso la liberazione dalle limitazioni dell’illusione della personalità (senso contratto dell’Io, ahaṅkāra).

Così presentata, ad un primo sguardo, la natura del suono la scienza della musica potrebbe apparire sminuita e non adeguatamente onorata; in realtà, come vedremo nella prossima parte, il godimento che essa genera è il riflesso della beatitudine suprema del risveglio. Ciò avviene attraverso il gioco delle forze primordiali stesse della mente, in azione sul campo del simbolismo e dell’energia.

About the author

Emanuele Milletti Ysmail

Polistrumentista e musicoterapeuta con una formazione variegata ed eclettica nei sistemi musicali sia occidentali che orientali, ha studiato Sitar e musica classica indiana nella tradizione di Varanasi, sotto la guida di eminenti esponenti come Pandit Amarnath Mishra in India e Gianni Ricchizzi in Italia. Inoltre ha studiato basso jazz presso il conservatorio di Genova, si…

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