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Il campo di battaglia del kurukṣetra

Nel Devī Māhātmya, Mārkaṇḍeya Purāṇa, Durgā, nella sua più cruente forma Kālī, uccide schiere di demoni (vizi) con a capo Caṇḍa e Muṇḍa, generali d’armata dei demoni Śumbha e Niśumbha.

Per l’indologa Madelaine Biardeau, il campo di battaglia, come fu il kurukṣetra per la Bhagavadgītā, essendo il luogo di manifestazione del mito, rappresenta per traslato il terreno sacrificale, ossia il pozzo dei sacrifici vedici (kūpa): il vaso che contiene il fuoco cerimoniale che brucia tutti gli inauspici. Ecco che allora i demoni del mito simboleggiano funzioni distorte della mente: Caṇḍa l’ignoranza, Muṇḍa l’ego nella sua complessità di forme, Śumbha l’arroganza e Niśumbha l’orgoglio inteso come meccanismo autoreferenziale. Questi cadono come combattenti in battaglia, permettendo all’anelito vitale (kuṇḍalinī), rappresentato dalla Dea distruttrice, di mondare la coscienza dalle sue bassezze umane.

In psicanalisi sappiamo che ogni guerra nell’inconscio non fa che ingigantire una pulsione, ecco che allora la battaglia cruenta della Dea rappresenta l’affrontare un conflitto dopo anni di rimozioni e mancati riconoscimenti. La Dea è terrifica (ghora) perché non c’è stato il riconoscimento delle parti scisse della realtà inconscia. Ella però diviene mite (saumya) e madre nutriente (amma) quando arriva ad abbracciare, come bambini capricciosi, i vizi di un io non ancora completamente individuato. Quando Kālī non mette più paura, allora la personalità è ben integrata.

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