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Doṣa e allopatia, una possibile conciliazione.

Secondo l’Ᾱyurveda (āyus-vita-cibo-salute e veda-scienza o conoscenza certa dalla radice √vid-vedere conoscere per mezzo del vedere) i dosa(doṣa), parola che letteralmente significa disequilibrio (dalla radice √duṣ : corrompere, contaminare, sbagliare), rappresentano la percentuale commista dei cinque elementi in Natura intrappolati nella nostra struttura biologica. Da ciò si evince che i dosa(doṣa), già per un postulato di partenza, sono intesi come un precario equilibrio sopra lo stato di salute naturale in cui la vita mantiene le sue creature (svastha).

“Samadoṣāḥ samāgniśca sama-dhātu-mala-kriyāḥ Prasannātmendriya-manāḥ svastha ityabhidhiyate”

“i doṣa (elementi strutturali)ed il fuoco (metabolico) in equlibrio (samadoṣāḥ samāgniśca),i tessuti ben formati e le sostanze di scarto correttamente eliminate (sama-dhātu-mala-kriyāḥ),sensi, mente e anima in beatitudine (prasannātmendriya-manaḥ)in tal modo (iti) si dimora (abhidhīyate)nello stato di salute (svastha)” .

Suśrutasaṃhitā

Il lavoro è dunque, da un punto di vista medico, quello di scremare tutto ciò che interviene, a livello fisiologico e mentale, a compromettere gli equilibri spontanei. Ora, nella ricerca dell’equilibrio, si può creare un metabolismo buono, prakṛti, oppure, un eccesso di squilibri possono attivarne, uno malato, vikṛti. Ricordo che questa disciplina, ovvero l’Ᾱyurveda, non affonda le sue radici nell’Atharvaveda, ove per guarire dalle malattie erano utilizzate solo formule magiche, bensì nasce come proto-scienza curativa dagli śramaṇa e nei monasteri bauddha e jaina su influenza, ad onor del vero, dei mercanti cinesi che viaggiavano lungo i sentieri della Via della Seta. Ѐ dunque un sapere empirico che si è delineato in secoli di sperimentazioni e non è stato infuso dall’alto per volontà divina, come per anni si è asserito. Torniamo alla medicina: vāta è l’energia del movimento e della circolazione (aria-etere); pitta è l’energia della digestione o del metabolismo (fuoco-accqua) e kapha quella della lubrificazione e della struttura (acqua-terra). L’equilibrio tra questi viene raggiunto attraverso la gestione dei sei sapori (vedi Legenda di Amadio Bianchi edizioni Spazio Attivo): piccante e dolce, percepiti sulla punta della lingua; salato ed acido, sulla parte mediana; e astringente ed amaro sul fondo. Ognuno di noi possiede tutti e tre gli elementi o umori (doṣa) nelle formule 1,2,3 o 1,1,2 o 1,2,2; ovvero un predominante, un medio ed un subalterno, o due predominanti ed un subalterno, o un predominante e due subalterni, e questo in base alla struttura metabolica.
In buona sostanza è un mix tra ciò che si possiede come bagaglio genetico (dna), la dieta (per induzione endocrino-linfatica) e le abitudini di vita (epigenetica), ossia il cambiamento del corredo in base alle abitudini.
Il punto focale è riuscire ad avere in equilibrio costante i dosa(doṣa), a non “stressarli”, a non condurli né alla carenza né all’infiammazione. Non a caso il termine dosa(doṣa) (dalla radice √duṣ) significa “mancanza di equilibrio”, ovvero cosa mutevole, in riferimento ai cicli naturali. Da ciò si evince che tutto il lavoro da fare, per gestire i dosa(doṣa), è sul governo della mutevolezza degli umori: la quantità di kapha e pitta corrisponde alla quantità d’acqua e fuoco contenuta nel corpo e la quantità di vāta alla pressione corporea.

Orbene, e questo è il punto della quaestio, se l’Ᾱyurveda è una disciplina medica funzionante, e lo è, deve necessariamente, in quanto linguaggio specifico, avere dei punti di contatto con la medicina allopatica, che governa i processi fisiologici da un punto di vista chimico, ergo in maniera non “allegorica” ma diretta. La medicina, qualsiasi linguaggio essa parli, se è efficace, deve intendersi con gli altri approcci che funzionano. Da questa prospettiva può essere, a mio avviso, impostato un campo comune di dialogo, una stanza, un salotto, ove poter discutere di salute e questo per il bene dell’essere umano. Vediamo allora come individuare, ovviamente in via ipotetica tutta da dimostrare, tre tracce di ragionamento per collegare le intuizioni āyurvediche con quelle della medicina allopatica:

  1. struttura genetica = dosa(doṣa) e dna (concepimento);
  2. struttura fisiologica = dosa(doṣa) e digestione (dieta);
  3. struttura psicologica = dosa(doṣa) ed epigenetica (abitudini).

Tre ambiti, quello della struttura (kapha), quello della digestione (pitta) e quello della mente (vāta) che abbastanza facilmente possono essere ricondotti ai tre dosa(doṣa). Vediamo come affrontare la quaestio da una prospettiva occidentale.

I) Struttura genetica = doṣa e dna (concepimento).

La medicina occidentale, per ciò che concerne il punto I, in tempi moderni ha confermato i principi āyurvedici su base allopatica, tramite tre categorie somatotipiche, ovvero centrate sui primi movimenti genetici dei foglietti embrionali: ectomorfi (vāta), endomorfi (pitta), mesomorfi (kapha). Uno dei tanti esempi di come l’India abbia scoperto verità profonde, ora appannaggio della scienza, secoli orsono, in un’epoca in cui la sensibilità e le visioni erano gli unici strumenti di lavoro. I somatotipi vennero classificati in occidente, intorno al 1940, dal medico e psicologo William Herbert Sheldon. Egli scelse i nomi partendo dai foglietti embrionali che danno origine durante la gestazione allo sviluppo delle strutture corporee ed alle caratteristiche preponderanti dei somatotipi. Sembra che Sheldon ricevette l’intuizione, relativa a queste tre tipologie, dopo la lettura del De Rerum Natura di Lucrezio (epicureo), a sua volta influenzato dal pensiero dei gimnosofisti provenienti dall’India assieme ad Alessandro Magno di ritorno dalle sue imprese leggendarie in oriente. Ebbene, l’intuizione di base, che il medico intrecciò più volte nei suoi esperimenti sociali, assieme a quelli delle psicanalista tedesca Karen Horney, fu che in base alle loro reazioni nei confronti delle difficoltà della vita esistono tre tipologie umane: i compiacenti, quelli che vanno incontro agli altri; gli aggressivi, quelli che vanno contro; ed i distaccati, quelli che si separano. Queste caratteristiche psicologiche notò che erano molto affini alla corporatura e così, nelle sue indagini di embriologia, notò che in base alle metamorfosi germinali dell’embrione si evidenziavano persone appartenenti a tre macrogruppi: endomorfi, mesomorfi ed ectomorfi. L’embrione nella fase della gastrulazione, ossia la moltiplicazione dei foglietti germinali, detti anche blastule (germogli), duplica le strutture germinali da cui deriveranno le varie parti del corpo. Essi sono:

  1. il foglietto endoblastico, ergo i tessuti dell’apparato digerente (endoderma), ghiandolare, fegato, vie biliari, pancreas, vie respiratorie, vescica, uretra, prostata, tiroide, paratiroide, timo, cellule germinali: ovociti e spermatozoi. Tende alla pinguedine, il corpo è morbido, i muscoli non sono molto sviluppati, il suo temperamento è detto viscerotonico desideroso di comfort, lusso, cibo. Da un punto di vista psicologico è socievole, allegro, solare, estroverso, corrispondente a kaphadoṣa;
  2. il foglietto mesoblastico, ovvero le strutture connettive, cardiovascolari (mesoderma), muscolari e renali (pitta). Ѐ tendenzialmente muscoloso ed è dotato di un temperamento somatotonico, ossia coraggioso, energico, attivo, dinamico, prepotente, aggressivo, pronto ad assumersi rischi, corrispondente a pittadoṣa;
  3. il foglietto ectoblastico, ossia i tessuti cerebrali (ectoderma), nervosi ed epiteliali. Ha la tendenza ad essere magro e longiloneo. Il suo temperamento è detto cerebrotonico, ovvero sensibile, timido, introverso, corrispondente a vātadoṣa.

Gli ectomorfi (vāta, Aria-Etere) sono introversi, riflessivi, impacciati, ansiosi, con animo artistico, cagionevoli, tendenzialmente gracili; gli mesomorfi (pitta, Acqua-Fuoco) sono coraggiosi, sicuri, decisi, amanti dell’avventura, del rischio, bramosi di potere, tendenzialmente muscolosi; gli endomorfi (kapha, Terra-Acqua) sono estrosi, giovanili, espansivi, tolleranti, amanti del cibo, socievoli, bisognosi di affetto, tendenzialmente grassocci. Bene, sempre secondo Sheldon, queste tipologie di metabolismi sono profondamente connesse con le abitudini psicologiche, le tipologie di cibo che dovrebbero assumere, l’armonia con i cicli di Madre Natura ed i gruppi sanguigni che ne determinerebbero i principi generali per una dieta salutare. Nella dieta per esempio gli ectomorfi (vāta) dovrebbero mangiare carboidrati per il 60%, proteine per il 30% e grassi per il 10%; i mesomorfi (pitta) 40%, 30%, 30% e gli endomorfi (kapha) invece 50%, 30%, 20%. Questa prima catalogazione, allora, potrebbe identificare il primo doṣa da un punto di vista allopatico, ossia la struttura genetica, ergo il punto 1 della triade 1-2-3 (tridoṣa).

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