L’Āyurveda

Ayurveda: L’insieme dei precetti medici, erboristici e dietologici indiani, tramandati prima dalla saggezza popolare per secoli (Śramaṇa) e poi concretizzatisi in forma scritta nei testi buddhisti in Pāli e solo successivamente nei due testi cardine della disciplina āyurvedica.

I fondamenti scritti della medicina indiana hanno origine nello Śukla Yajurveda e nell’Atharvaveda (1000 a.C.), nei quale alcuni storici fanno convergere elementi della medicina cinese risalente all’Imperatore Giallo (2697 a.C), cosa ovviamente non accettata dagli indiani. Per secoli i provvedimenti giornalieri (atharvāṇa) erano prescritti e tramandati oralmente ed adottavano una prospettiva magico-superstiziosa (amuleti e formule magiche, perché le malattie erano causate dai demoni), sinché apparvero i testi ufficiali, ovvero il Suśruta Saṃhitā, come l’insieme dei 500 principi medicinali, durante il regno dell’imperatore Kaniṣka e, in seguito, il Caraka Saṃhitā, datati imprecisamente in un lasso di tempo che va dal VIII-VI sec. a.C. al I-II sec. d.C. e sicuramente, come avvenne per molti testi antichi, furono rimaneggiati, più e più volte, dalle scuole dedite alla pratica dell’arte medica: la scienza (veda) della vita (āyus).

Il Suśruta Saṃhitā consta di 186 capitoli e cita 1120 malattie, 700 piante mediche, 64 preparati erboristici e 57 preparati con base animale; il Caraka Saṃhitā consta di 8 libri e 120 capitoli, su igiene, prevenzione, sintomatologia e terapia. Per secoli dunque la tramandazione fu orale o su foglia e ciò, come vedremo, facilitò l’apparentamento dell’Āyurveda con la medicina popolare dei Siddha (Siddhavaidyam) nel sud dell’India (i due sistemi condividono la teoria del Tridoṣa), specialmente nel Kerala e nel Tamil Nadu, ove giunse grazie ai movimenti dello Śaivasiddhānta e dei Paśupata.

La prima testimonianza certa, però, del suo utilizzo si fa risalire ufficialmente molto più tardi nel 450 d.C. grazie alla testimonianza di Faxian (Fa Hsien), pellegrino buddhista cinese. Egli, in visita nella città di Pāṭaliputra, né testimoniò l’uso comune, tramandato sino a quel momento solo oralmente, da parte dei medici locali. Successiva a queste furono: la medicina Unani, ossia quella greca arrivata in India grazie ad arabi e persiani nell’XI sec. d.C. e rinominata Yūnānī.

C’è da ricordare, infine, che la medicina dei Siddha all’inizio si contraddistinse per l’uso soprattutto delle erbe, del massaggio e delle piante psicotrope, vista la vicinanza di pensiero con il movimento dei Nāth; la Yūnānī per l’uso dei minerali; e l’Āyurveda, contrariamente a quello che pensano in molti, a diversi preparati a base di carni animali, anche di interiora.

Il Rasāyana ed il Vājīkaraṇa: ossia la via alchemica ringiovanente ed afrodisiaca, risalenti all’epoca preupaniṣadica e antenate del maithuna tantrico. Racchiudono indicazioni di alchimia erboristico-minerale per le pratiche sessuali (vedi anche la medicina dei Siddha del sud dell’India) e per la salute, in un periodo storico in cui il resto dell’umanità si relazionava all’argomento quasi esclusivamente in maniera riproduttiva. Il soma vedico e le sostanze psicotrope rituali rientravano in tali discipline.

La donna per esso è ritenuta, in quanto Dea, ed a causa della sua inesauribile Śakti (potenza), l’unico e primo “elisir di lunga vita” (il termine elisir deriva dalla parola araba al-Iksīr: “acqua di vita”). Il fine del Rasāyana era quello di trovare l’acqua sacra dell’eterna giovinezza e felicità (amṛta), spesso identificata con gli umori vaginali (drava) di una vestale esperta (vidyā) e mitologicamente associato al lago Manasanovar (manas: mente sensoriale; sarovar: lago), sede della Śakti e posto alla base del monte Kailāsa (dimora del signore Śiva). Sembra allora che il rasāyana indiano fu parente stretto e forse coevo dell’alchimia mesopotamica e fonte d’ispirazione per quella europea e araba, sicuramente più esplicito sulle implicazioni fisiologiche delle varie pratiche iniziatiche.

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